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01.02.2007 - Il patto di non concorrenza
 
Il patto di non concorrenza con cui si limita l’attività del dipendente per il tempo successivo alla cessazione del rapporto di lavoro è previsto dall’art. 2125 cc. che consente di prolungare il divieto di trattare affari in concorrenza con l'imprenditore di cui all'art 2105 cc.
  I requisiti di legittimità del patto previsti dalla norma intorno alla quale, per quanto concerne i limiti di oggetto di luogo e di corrispettivo, è fiorita una nutrita giurisprudenza sono:

a) la forma scritta a pena di nullità. La stipulazione può essere contestuale o successiva all'assunzione e, per Trib Mi 22/10/03, anche posteriore alla fine del rapporto di lavoro mentre non è richiesta la specifica approvazione ex articolo 1341 comma 2 CC;

b) la durata non può superare i 3 anni dalla fine del rapporto, 5 per i dirigenti;

c) l'oggetto del patto ed i confini territoriali, che secondo Cass 13282/03 possono estendersi a qualunque attività in competizione ed al territorio italiano ed europeo, purché ciò non impedisca al dipendente di operare in settori diversi da quelli oggetto del patto;

d) il corrispettivo deve essere congruo alle limitazioni e la congruità va valutata alla luce dell'estensione territoriale, dell'oggetto del divieto, della misura della retribuzione, della professionalità. Perciò a prescindere dall'utilità che il comportamento richiesto comporti per il datore di lavoro sono nulli i patti contenenti compensi simbolici o non proporzionati ai sacrifici e alla diminuita capacità di guadagno.

  È stato così ritenuto incongruo da Trib Mi 11/9/04 un corrispettivo del 13% della retribuzione annua, a fronte dell'obbligo del lavoratore di astenersi dallo svolgere in qualsiasi forma qualsiasi attività in concorrenza con quella dell'azienda nel territorio del centro-nord ove aveva sede la maggior parte delle aziende del settore in cui operava il lavoratore, e da Trib Mi 16/6/99 un corrispettivo  di L. 100.000 mensili a fronte di una retribuzione di L. 2.800.000 mensili, per un obbligo di non concorrenza riferito a tutte le attività svolte presso il datore di lavoro, esteso a tutto il territorio nazionale e ad a ogni tipo di prestazione.
Congruo è stato invece valutato da Trib Mi 22/10/03 un corrispettivo pari al 15% delle retribuzioni dei due anni precedenti la risoluzione del rapporto a fronte di un patto pure di due anni esteso alla Cee, perché data la specifica attività vietata la capacità professionale del dipendente non ne risultava limitata e da Trib Mi 19/1/01 un corrispettivo del 18% della retribuzione per un vincolo di sei mesi limitato alla Lombardia.
Il corrispettivo a tutti gli effetti fiscali e contributivi è retribuzione imponibile computabile nel trattamento di fine rapporto e può essere erogato dopo la cessazione del rapporto di lavoro o durante, ma è da segnalare che per il Tribunale Milano 11/9/04 e 18/6/01 in questo secondo caso esso viola l'art. 2125 cc. poiché introduce una variabile legata alla durata del rapporto che conferisce al patto un elemento di aleatorietà e indeterminatezza.
  Se il patto di non concorrenza viene violato l'azienda ha diritto alla restituzione del corrispettivo e al risarcimento dei danni (ed è legittima la clausola penale che però il giudice può ridurre). Viene anche ammesso il ricorso all'azione cautelare (Trib Mi 12/2/02) ma l'impresa deve dimostrare lo svolgimento di un'attività il concorrenza e il periculur consistente nella perdita irreversibile di competitività sul mercato per effetto della violazione del patto.